martedì 21 dicembre 2004

La sindrome di Peter Parker

E' da un po' di tempo, precisamente da quando riesco a vedermi di nuovo nitidamente allo specchio dopo l'operazione agli occhi, che mi chiedo chi sono diventato. Certo, si vede che sono sempre io, ma senza quella montatura nera è come se avessi perso parte della mia identità. Insomma, è da una vita che mi vedo con gli occhiali...

Qualche giorno fa, quasi spinto da un presentimento, ho deciso di passare la serata facendo la maratona spiderman, ovvero spiderman 1 e 2 uno dopo l'altro, un'impresa. D'altra parte il primo lo dovevo vedere per capire meglio il secondo. Il secondo lo dovevo vedere perchè tutti dicevano che è nettamente migliore del primo (verissimo). Alla fine, mentre guardavo l'ultima scena trattenendo a stento le lacrime, ero commosso non solo dall'happy end della storia, ma anche dalla rivelazione che quei due film mi avevano fatto: io sono Peter Parker.

Ora, con questo non voglio dire che mi arrampico sui muri e ho una seconda identità in cui mi vesto con una calzamaglia aderente con le ragnatele, perchè questo nel film è solo un dettaglio. In fin dei conti anche Peter Parker non è un supereroe, almeno così l'ho vista io, ma è solo un ragazzo un po' sfigato in preda a un'allucinazione che deforma a suo piacimento la realtà non solo nei sogni, ma nella vita di tutti i giorni. Lui immagina di essere un supereroe, vede nella sua scialba vicina di casa una ragazza bellissima (in quale mondo reale Kirsten Dunst avrebbe bisogno di lavorare in un fast food per vivere?), e i suoi nemici non sono altro che una rappresentazione mostruosa delle sue paure (nel primo episodio l'indigenza, la povertà, nel secondo la mancanza di competitività, di ambizione?). Dopo aver creato questo mondo immaginario in cui lui è l'eroe senza macchia e i suoi nemici sono dei mostri orribili da distruggere e con cui è impossibile il compromesso, il dialogo, dopo aver dato forma con la fantasia all'oggetto del suo desiderio (l'amore della sua vita, mai ricambiato), prima o poi tutto ciò doveva per forza cadere come un castello di carte. Del resto non serviva ad altro che a dargli delle giustificazioni: non combino nulla nella vita perchè devo combattere un nemico inesistente (la classica sindrome del "tutti ce l'hanno con me"), e soprattutto sono sfigato con le ragazze e quindi mi creo un alibi per non provarci neanche (la paura di mettersi in gioco, l'ansia della competizione).

Da questa consapevolezza nasce un profondo ripensamento interiore, e Peter scopre di non poter continuare con quel giochino per sempre, perchè di nemici te ne puoi creare di nuovi ogni giorno, e l'oggetto del desiderio, in quanto irraggiungibile anche se a portata di mano, può essere cercato in eterno. Ma così non ottieni mai niente, se non rimandare per sempre ogni decisione, ogni scelta. Quando il suo mondo fantastico crolla tutto a un tratto miseramente, fa quasi pena. Più che cattivo o egoista, lui aveva solo paura di affrontare la realtà, chi non ce l'ha in fondo. Il lavoro, le ragazze, tutto questo significa assumersi delle responsabilità, mettersi in gioco, e accettare le delusioni che ne conseguono. Sognare invece è così facile...

Quando per un attimo torna alla sua vita reale, finalmente scopre le carte a se stesso e decide di affrontare il mondo. Però la strada non è certo in discesa, anzi. La sua vicina di casa scialba (e ora pure impegnata con qualcuno che naturalmente rappresenta tutto ciò che Peter non ha) continua ad essere irraggiungibile, e ora oltre a non sentirsi realizzato come prima, non ha neanche più il rifugio dei sogni. Che fare, però, a questo punto? Scegliere la consapevolezza o l'immaginazione? La realtà o il sogno? Mentre aspettando il finale mi chiedevo anch'io quale fosse la risposta, ho capito. Perchè nel frattempo Peter Parker era tornato ad immaginarsi nemici da combattere, aveva ripreso a vedere la sua vicina di casa con le sembianze di un'attrice bellissima, ma qualcosa era cambiato. Ora anche lei vedeva quei mostri, ora anche lei vedeva in lui un supereroe. Perchè lui era riuscito a farla entrare nel suo mondo, a renderla partecipe delle sue fantasie, a farla sognare con lui. Ora lei poteva guardarlo un po' preoccupata dalla finestra mentre partiva volando tra i grattacieli per le sue missioni. Poteva aspettarlo per cena in trepidante attesa. Si sarebbe fatta raccontare tutte quelle fantastiche avventure al suo ritorno, questo è certo, e lei stessa avrebbe creato delle situazioni in cui sarebbe stata in pericolo e solo lui avrebbe potuto salvarla. Lei avrebbe fatto di lui il suo eroe, e lui avrebbe finalmente ottenuto l'oggetto del suo desiderio senza rinunciare al suo mondo fantastico. E tutto questo in barba a chi dice che bisogna affrontare la realtà. Questa via d'uscita mi apriva nuove prospettive inebrianti e con un entusiasmo incontenibile, alla fine del film, ad alta voce ho detto: "e dire che io l'ho sempre saputo..."

9 commenti:

  1. un po' troppo intimista per essere considerato critica cinematografica questo post, anche se non credo intendessi fare critica cinematografica.

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  2. bella fichetta kirsten!

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  3. io se leggessi una recensione così noleggerei immediatamente il dvd, altrochè!

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  4. in effetti la recensione coinvolge e invita a guardarlo il filmuzzo. :D
    anche se forse, senza nulla togliere all'arte di raimi e di mcguire e co., secondo me lo si sta gonfiando un po' troppo questo Spiderman...
    c'è una volontà assurda di vederci troppe cose troppo profonde.
    ciò non toglie che resti una bella storia.

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  5. per regalo di natale chiudere il blog per cortesia all'umanità!

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  6. mai affrontare la realtà pingu!mi raccomando!

    vergogna!

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  7. Alessio volevo ringraziarti per i cd, ora che sono tornata da Roma li sto finalmente ascoltando e sono tutti bellissimi! Forse nightswimming è il mio preferito, ma è difficile scegliere. Tanti Auguri!

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  8. in nightswimming c'è anche "the man with the child in his eyes"...bellissima no?

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