martedì 13 luglio 2004

Il mio monitor

La breve scossa di terremoto che si è sentita qui ieri pomeriggio sarebbe passata inosservata nella mia vita se pochi minuti dopo, quando tutto sembrava ormai finito, il mio monitor non avesse cominciato ad emettere strani scoppiettii. Ho cominciato a temere che potesse esplodermi di fronte ma, come Madre Teresa con i lebbrosi, davanti al male non indietreggiavo, perchè più della paura di essere ferito era grande il desiderio di curare. Dopo pochi secondi di scoppiettii, e dopo pochi minuti dal terremoto, il mio monitor ha esalato l'ultimo respiro. Non uno scoppio rumoroso, nessuna scintilla. Solo un ultimo scoppiettio, leggermente più forte degli altri, quasi un lamento, e poi il nulla. Si è spento così, mentre ero al suo capezzale. Aveva otto anni, ma sarebbe più corretto dire che l'avevo da otto anni, perchè in fabbrica non so quando era nato. Se diventerò un influente direttore marketing alla compaq, mi adopererò per far allegare ad ogni prodotto un piccolo passaporto, con sopra indicati una data di nascita, un luogo, una foto degli operai taiwanesi che lo hanno assemblato per un piatto di riso, sorridenti, e un loro indirizzo, semmai qualcuno volesse scrivergli.

Il mio vecchio monitor sulla scrivania, un'immagine che ormai fa parte del passato.

Dopo aver provato a riaccenderlo disperatamente, non ho potuto far altro che constatarne la morte. Ho lasciato il pc acceso, così, come un corpo senza la testa ma che si muove ancora, e ho cominciato seriamente a pensare che dovevo cambiarlo. Non ho mai dovuto comperare un monitor, perchè ho sempre avuto quello. Ora però dovevo sostituirlo, e la cosa mi sembrava assurda, ma inoppugnabile. La sera, a casa di Diego, sfogliavo qualche catalogo online, ma nessun monitor mi sembrava bello come quello. Ne cercai uno che gli somigliasse almeno un po', ma proprio non ce n'erano.

Lo spazio lasciato vuoto per sempre dal mio vecchio monitor.

Eppure è strano, pensai, in fondo un monitor dà solo forma a qualcosa che è al di fuori di lui. Qualsiasi monitor io colleghi al mio pc, ciò che vedrò sarà sempre la risultante di qualcosa che è dentro a quel pc, per cui uno dovrebbe valere l'altro. Eppure solo ora mi accorgevo che non è così, e che l'involucro che dava forma al mondo che avevo creato nel mio computer non esisteva in funzione di quel mondo, ma aveva un suo senso di esistere. Guardando il monitor vecchio in un angolo e il monitor nuovo al suo posto sulla scrivania, mi sforzai di pensare a quale fosse, quel senso.

Il mio nuovo monitor sulla scrivania.

Saranno i pesci attaccati sugli angoli, ma quelli li posso sempre spostare su quello nuovo. Sarà l'adesivo di Pingu che piange sotto la pioggia, sarà il cielo stellato, sarà l'adesivo della faccina giapponese sul pomello per regolare il volume. Tutte cose che posso benissimo mettere anche sul monitor nuovo, pensavo. Poi a un certo punto ho capito: che senso avrebbe avuto riportare sul monitor nuovo i segni che contraddistinguevano il monitor vecchio? Mi avrebbe solo fatto pensare al monitor vecchio, e al momento in cui avevo deciso di attaccarci quell'adesivo, e di metterci sopra un cielo stellato. Mi avrebbe solo fatto pensare al perchè di quel gesto che aveva avuto per me quel preciso significato, che resterà per sempre impresso sul mio vecchio monitor. Un perchè che so solo io, e pochi altri. No, non rifarò il cielo stellato sul mio nuovo monitor. La sua (e la mia) vita gli riserverà altri onori che non siano quelli di un altro monitor del passato che ormai è relegato in soffitta, tra gli scatoloni. Quel vecchio monitor, col suo cielo di stelle, rimarrà invece per sempre nei miei ricordi, oltre che nella mia soffitta, e ogni volta che vorrò ripensarci guarderò questa foto, scattata pochi minuti dopo quell'attimo in cui decisi di affidare a lui qualcosa di me.

Le lacrime di Pingu si confondono con la pioggia, sotto un cielo di stelle.

"L’effetto che essa produce su di me non è quello di restituire ciò che è abolito
(dal tempo, dalla distanza), ma di attestare che ciò che vedo è effettivamente stato."

(Roland Barthes, La camera chiara , Einaudi, Torino, 1980).

4 commenti:

  1. un monitor che muore ha sempre un qualcosa di triste. Quante volte vi siete guardati, tu e lui, senza dirvi nulla? Tante, non si possono contare. Un monitor è anche una finestra. Da quella - più stretta, certo, ma morbida e accogliente - non potrai più affacciarti.

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  2. grande Barthes, mio Maestro di critica testuale e semiologica!
    f.

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  3. è bello sapere che qualcuno ama gli oggetti come li amo io. Ma son sicura che col tempo amerai il nuovo, anche se in modo tanto diverso :))

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  4. Magari gli oggetti funzionano come spugne, assorbendo le sottili emanazioni dei luoghi ove vengono riposti, così, non essendo troppo cambiata la cameretta, il nuovo monitor assorbirà un'anima simile a quella del defunto.. del resto non mi sembra che nemmeno il retroterra emozionale del padrone sia così cambiato da stravolgere l'equilibrio del luogo da quello conquistato in anni di stratificazioni e tempeste.

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